I secoli centrali del medioevo, dopo la morte dell’imperatore Ottone il Grande nel 973 furono caratterizzati dai contrasti crescenti tra l’Impero, in mano alle grandi casate tedesche e i poteri operanti sul territorio italiano.
Il primo oppositore al dominio imperiale della dinastia ottoniana fu il Marchese d’Ivrea Arduino nato a Pombia attorno al 955. Verso la fine del secolo, venuto a contrasto con i vescovi di Ivrea e Vercelli Arduino assediò questa città. Riuscì ad espugnarla, nel 997, incendiandone il Duomo e provocando la morte del vescovo Pietro.
Ripresa la politica anti ottoniana di Berengario II, Arduino fu costretto alla fuga dalla discesa in Italia dell’Imperatore Ottone III, ma alla morte di questo (1002) riuscì a farsi eleggere Re d’Italia tenendo la corona per una dozzina d’anni.
Alla fine, nel 1014, sconfitto e malato si ritirò per attendere la fine nell'abbazia di Fruttuaria a San Benigno Canavese, costruita nei primi anni del secolo XI da Guglielmo da Volpiano, cui Arduino era molto legato avendo appoggiato l'edificazione dell’abbazia con un diploma del gennaio 1005,. L’abate era nato nel 962 sull’Isola di san Giulio durante l’assedio di Ottone I alla regina Willa, moglie di Berengario II.
Nei decenni successivi potere imperiale si rivelava sempre meno capace di controllare i territori italiani. All’opposizione dei nobili e ai contrasti crescenti con il Papa per il diritto di nominare i Vescovi (lotta delle investiture) si aggiunse la ribellione dei comuni cittadini, a partire da quello della città di Milano.
A quei tempi a nobiltà feudale, laica ed ecclesiastica, esercitava sul territorio forme di controllo diretto ed indiretto in un complesso mosaico di diritti, privilegi, situazioni di fatto e prevaricazioni illegittime che talora ricevevano una ufficializzazione attraverso i diplomi rilasciati da Imperatori in cerca di alleati.
In questo contesto, con il potere dell’Impero che si faceva sempre più debole e lontano, nonostante vari tentativi da parte degli imperatori di sottomettere i sudditi ribelli, e si aprivano spazi per nuove forme di organizzazione territoriale.
I comuni cittadini cominciarono così una sistematica opera di controllo del territorio costringendo la feudalità a cedere diritti e terre. La costruzione dei borghi franchi si rivelava l’arma decisiva perché consentiva ai servi della gleba di conquistare la libertà entrando in città, sottraendo così la manodopera indispensabile ad un’economia feudale sostanzialmente agricola.
Romagnano Sesia, Borgo Agnello e Borgomanero (quest’ultimo fondato dal podestà di Novara Jacobus de Maynerijs nel 1193-94) formano una formidabile catena di borghi franchi fortificati novaresi ai limiti della zona collinare.
In quegli anni le principali famiglie feudali dell’area, i Da Biandrate e i Da Castello, sono costrette a venire a patti con il Comune di Novara.
Tra il 1200-1202, forse proprio a seguito dell’accordo con i Da Castello (accordo di Buccione del 1200), il Comune di Novara dava il via alla costruzione di un castello sulla sommità del vicino Monte Mesma e di un borgo franco nella località di Mesimella a Bolzano Novarese.
Questa attività espansiva, nell’ambito di una strategia novarese mirante ad unificare sotto il proprio dominio tutto il territorio diocesano, si scontrò con la resistenza del Vescovo di Novara, che aveva vari e antichi possedimenti nell’area cusiana, e l’ostilità della popolazione.
Ne seguì una lunga guerra conclusasi con un arbitrato il 25 ottobre 1219. Quel giorno davanti alla grande folla che riempiva la basilica di San Gaudenzio a Novara i due arbitri scelti dalle parti – Giacomo da Carisio, vescovo di Torino e vicario dell’imperatore, e l’arcivescovo di Milano, Enrico di Settala – diedero lettura all’arbitrato. Quando lessero la sentenza, a loro sfavorevole, i delegati Novaresi si alzarono in piedi, protestando. Ma Giacomo da Carisio li richiamò al rispetto del giuramento solenne che avevano prestato, di accettare in ogni caso l’arbitrato.
Con l’accordo del 1219 al Vescovo di Novara veniva riconosciuta la signoria su un’area comprendente varie comunità sulle rive del lago d’Orta da Gozzano in su, con l’esclusione di Omegna. Nasceva così un feudo che si caratterizzò per la decisa autonomia rispetto alle altre terre del Novarese. Anche quando quest’ultimo fu annesso allo Stato di Milano per passare poi sotto il dominio spagnolo, la Riviera di San Giulio mantenne la propria autonomia, sino alla fine del Settecento.



Andrea Del Duca
Ecomuseo del Lago d'Orta e Mottarone





 


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